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QUA(derno)BLOG: appunti personali a fogli staccabili (dal marciapiede fino alla vetta dei grattacieli).
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martedì, 06 maggio 2008
Potere. Il dito frapposto, a breve distanza dagli occhi, tra essi e l'intorno, simula una parvenza di potere superiore con capacità di distruzione: come da bambino creavo costruzioni complicate e assurde, brutte ed elaborate, faticose e insoddisfacenti, per poi travolgerle, polverizzarle, bruciarle, fonderle o spezzarle, così ora abbatto con quel dito enorme ogni irrazionalità, senza timore; usando anzi un altro dito e un altro ancora e tutta la mano, come ad afferrare, oltre che ad abbattere. giovedì, 17 aprile 2008
Fuori stagione. Mi è sempre piaciuto camminare d'inverno per le strade del centro o il lungofiume. Ai tempi dell'università, se la temperatura raggiungeva le adatte gradazioni negative, uscivo senza preavviso, a qualunque ora. Se era molto tardi gli amici mi guardavano rassegnati, tentando senza convinzione di dissuadermi, a parole o a epiteti. Dicevano: "Lasciamolo andare, prima o poi si prenderà qualcosa!" E io andavo, invariabilmente. Qualche volta mi facevano gesti sconsolati dal balcone. Uscivo solo. Subivo senza difese il freddo, da stordirmene. Più faceva freddo più avvertivo che qualcosa di grande poteva succedere; che potevo incontrare qualcuno di importante, tra le volute pigre della nebbia, nello scintillio rallentato dei cristalli di ghiaccio. A volte tornavo deluso e intorpidito, anestetizzato, invidiando gli amici sotto le coperte, desiderando il calore della stanza e la morbidezza del tappeto. O un sogno favorevole. giovedì, 10 aprile 2008
Antipasto. Il cameriere attende l'ordinazione qualche istante, quindi suggerisce: “Posso consigliare?” subito dopo elencando e spiegando una decina di piatti. lunedì, 07 aprile 2008
Cancellare una stanza. C'è troppo disordine, esagerato e senza tempo. Sarebbe bello poter fare come a scuola, quando la lavagna era troppo usata. Il gesso strideva su sottile poltiglia bianca vanificando la creazione di contrasti visivi o schemi di vita: il maestro mi indicava, ero il più alto e ci arrivavo bene, mi invitava a uscire, un panno umido, un paio di passaggi. Lasciare asciugare. Ricominciare senza ostacoli. Ma cancellare una stanza d'appartamento non è altrettanto facile. domenica, 09 marzo 2008
Via da Venezia. Sirene, frastuono, navi, la corrente della Giudecca, la Dogana, sguardo che si ricompone, rive che si avvicinano, fiori, insegne, mosaici, balconi a ricamo, colonnine ritorte, spirali colorate che si avvinghiano nell'acqua, lanterne senza luce, dorature, branchi di gondole pesanti, vive, lugubri, legate alla riva, sciamanti dai rii, in moto perpetuo, corrose, tarlate dal mare. Il motoscafo procede con lentezza, come richiesto. L'inconscio assorbe gli ultimi particolari nei cambi di direzione obbligati: profumi, odori intensi, sfumature, il contatto tra legno e acque dense, cadenze vocali, cupo rumore di meccanismi, parole cantate piano, aria fredda e umida fin sotto al maglione, sonnolenza priva di dolore, sensazione intensa di comando, di libertà, di potenza, scandita da sciabordii e spruzzi iridescenti, brillanti, luccicanti, respiro libero, assenza di fame e sete, sagome precise e barocche. Finita la tensione. Si torna. giovedì, 28 febbraio 2008
Miscuglio. Stupito, quando riscosso da una fitta o trapassato da un aculeo. Svanire all'indietro in sequenza rallentata, contro un prato muschioso, senza tema d'impatto, occhi sgranati, fissi su un intorno che muta, che scorre, si sfuoca, scompare dal campo visivo e si perde. Lo sguardo guadagna in altezza, in profondità, sorvolando canneti, richiami, biscotti, tazze di cioccolata, macchie d'inchiostro, quaderni sgualciti, tormenti e tormente, fuochi d'artificio, desideri, la Senna, i suoni duri di Stille Nacht, garze e strumenti insanguinati, il cambio a quattordici rapporti, solchi straziati dei dischi, foglie morte, cristalli di neve senza storia, briciole di muro sciolte nella laguna, mille addobbi di mille città dalle mille luci. E cadendo respirare, esporsi, consegnarsi, avvertire frullare il piacere nello stomaco, nel petto, negli occhi, felice, appagato, fino al contatto, steso, aderente al suolo, abbandonato. sabato, 23 febbraio 2008
Alla fine del lavoro. Dall'alto, da dietro la finestra, attraverso i riflessi, ho una visione privilegiata della piccola drogheria. In vetrina merci ordinate e colorate, curiose, piccoli dolci, caramelle, bastoncini di zucchero, liquori, liquirizie, bon-bon, marmellate, canditi, mandorle, misteriosi involti, miscugli di pastiglie colorate, spezie, cioccolati e quant'altro si possa desiderare a propria consolazione. Non serve altro. Posso affrontare il freddo e la nebbia. Pronto a ricominciare lunedì, 11 febbraio 2008
Dopo la caduta. La neve scende copiosa e benevola, frusciando. Posso prepararmi all'ultimo sforzo, ormai quasi nell'oscurità: intravedo fioche luci dietro i vetri della casa, in fondo, tra gli abeti. Un passo dopo l'altro, con decisione, un respiro dopo l'altro, un ticchettio dopo l'altro, un rintocco dopo l'altro, una pulsazione dopo l'altra, un cristallo dopo l'altro, uno sguardo dopo l'altro, un battito di ciglia dopo l'altro, un pensiero dopo l'altro, un ricordo dopo l'altro, un rimpianto dopo l'altro, un sogno dopo l'altro. Le mani provano piacere al contatto con l'aria gelata: la chiave nella toppa, il rumore duro del meccanismo ben oliato, lo scatto, il calore della luce e dell'aria, gli indumenti sopra la sedia, fino a rimanere, ansimante, disteso sulla morbida coperta del letto, e subito dopo sotto le coltri, affondato nel cuscino profumato di rose, indifeso contro il sonno pesante che s'impossessa delle membra. lunedì, 28 gennaio 2008
Un libro in ostaggio. Durante lo scambio dei numeri di cellulare, con una giornalista molto simpatica conosciuta in un viaggio aereo, lei scrive il suo su di un minuscolo post-it e io scrivo il mio sulla copertina interna di un libro che le porgo con gesto studiato, dicendo: "Il libro te lo lascio in ostaggio" lunedì, 21 gennaio 2008
Prove di musica. Prove quotidiane, preponderanti, in testa alla lista delle occupazioni e degli impegni. Ci si affanna, ci si alza, ci si siede, si gesticola, si sistemano gli equilibri delle fonti sonore, si modificano i timbri, si avviano gli effetti speciali, si elaborano i bagliori e le sfumature di luce, come mille anni prima, si amalgama, si rimescola, si deforma, si moltiplica, si registra, si proiettano inconsciamente contro il grande murale dello sfondo centinaia di sagome della propria figura in varie proporzioni e molteplici atteggiamenti, fino alla miscela perfetta, non migliorabile, sintetica, che spinge ad appoggiare chitarre e bacchette, a distendersi sul divano, la nuca contro le proprie mani intrecciate, posseduti dal piacere della decontrazione muscolare, dalla stimolazione positiva e crescente di una magica mistura di odori e profumi di legni, materiali sintetici, muffe, intonaci, cera, candele, respiri, polvere, panini, spremute, fiori secchi, vino, ozono, traspirazioni, fumo e quant'altro. domenica, 13 gennaio 2008
Non così difficile. Basta confusione, basta accalorarsi! E' l'ora della passeggiata, e allora? Si potrà trasformare una passeggiata in un tuffo, o no? E' sufficiente ignorare le formalità, non chiedersi se pullover, scarpe e pantaloni reggeranno alla salsedine, percorrere con determinazione la silenziosa striscia grigia e granulosa tra le balaustre scrostate del molo, avventarsi senza alcun rallentamento nella simulazione d'abisso che si spalanca davanti, magari gridando qualcosa, le mani giunte a fendere l'etere, in un plastico tuffo che penetra come freccia l'infinita massa d'acqua salata, tra grosse bolle d'aria, intrappolate in mezzo ai flutti provocati, e mulinelli fluidi a varia potenza, gradazione, inclinazione e conicità. Non così difficile, dopo tutto. E riemergerne con vestiti bagnati, impaccio ma mente riazzerata. giovedì, 10 gennaio 2008
Diluvio. Si appiccicarono ai vetri, attratti da tuoni cupi in avvicinamento, affascinati in egual misura da lampi grandiosi e ripetuti, da rimbombi ed echi lontani, da vibrazioni, dalla percezione di luci primordiali, da pesanti fitte gocce d'acqua nell'aria rarefatta delle loro menti denudate.
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